Mister Parki

L’organismo non chiede: Quali conclusioni sono logicamente suffragate da questo insieme di premesse? Bensì: Quali tentativi val la pena di fare alla luce di queste premesse”?

(Gregory Bateson)

La malattia di Parkinson

Bradifenia. Questo termine introdotto dal neurologo francese Naville nel 1922, comprende quelle difficoltà intellettuali e psicologiche che si evidenziano, nei malati di Parkinson, con la perdita di concentrazione ed incapacità a creare nessi logici, tendenza alla perseverazione e rallentamento generalizzato dei processi di pensiero.

James Parkinson il medico chirurgo inglese che pubblicò la prima descrizione di questa malattia nel suo libro “An Essay on the Shaking Palsy”, inizialmente non parlava di alterazioni dello stato mentale, mentre nel 1817 scriveva che in questa malattia l’intelletto ed i sensi sono inalterati e successivamente, in altri scritti, ammetteva di avere osservato disordini neuropsichiatrici perché egli notò nei suoi pazienti, anche se non dementi, disturbi della parola, depressione e stati confusionali. Coloro che per primi si soffermarono sui disturbi cognitivi in questa malattia furono Trossealu e Charcot nella metà del secolo scorso e da allora il dibattito sulla presenza dei disturbi cognitivi nella malattia di Parkinson è ancora aperto.

Alcuni autori ritengono che il deficit cognitivo sia parte integrante della malattia, altri ritengono che la demenza non sia una conseguenza necessaria del morbo di Parkinson e che la maggior parte dei malati rimane normale, da un punto di vista cognitivo, per tutto il corso della malattia. “Attualmente c’è un consenso generale sul fatto che il declino cognitivo sia una parte importante della malattia di Parkinson, caratterizzato da sintomi sfumati che non interferiscono con la qualità della vita quotidiana, ma riconoscibile addirittura nel 90% dei pazienti con gravi sintomi nel 25%. I disordini cognitivi sono presenti anche in casi di malattia avanzata senza la presenza vera e propria di una forma di demenza. Il rischio di sviluppare una demenza sembra 2-3 volte maggiore nei pazienti parkinsoniani che nei soggetti normali di pari età e l’incidenza del declino cognitivo è del 5% annuo con il 65% dei pazienti ultraottantenni affetti da demenza conclamata. Reviews recenti indicano una prevalenza del 15-40% per la demenza nei pazienti parkinsoniani con età superiore ai 65 anni” afferma Marco Onofri, in Disturbi mentali nelle sindromi parkinsoniane, Milano, Springer, 2003.

La malattia di Parkinson viene chiamata idiopatica e sta ad indicare una malattia per la quale non è stata trovata ancora nessuna causa. E’ una malattia progressiva lenta e questo significa che i sintomi peggiorano con il tempo, ed i segnali prematuri sono spesso trascurati o scambiati per qualche altra patologia. I sintomi, all’esordio della malattia sono rappresentati da un semplice tremore delle dita e da rigidità ma, con il passare degli anni la loro gravità aumenta. I sintomi successivi, quelli più importanti, sono rappresentati da tremore anche a riposo, un disturbo che svanisce durante i movimenti volontari e durante il sonno. Inoltre si possono rilevare rigidità muscolare, cambiamenti continui di posizione, lentezza nei movimenti (bradicinesia) e la tendenza a camminare sempre più rapidamente per evitare di cadere in avanti (procursività fesinatio). In questa malattia ad essere colpite sono le funzioni frontali con il conseguente rallentamento della produzione verbale e della risposta alle domande, disturbo dell’attenzione, deterioramento della capacità di astrazione, di critica e di giudizio. Di solito sono assenti deficit neurologici come le afasie, le aprassie e le agnosie. Nella malattia di Parkinson vi è una evidente degenerazione della sostanza nera, il nucleo mesencefalico i cui neuroni proiettano allo stirato nei nuclei della base attraverso il fascio nigrostriatale.

La progressiva perdita di autonomia e il disagio emotivo associato nell’affrontare ogni giorno la difficoltà di avere un corpo che non risponde in modo coerente alla propria volontà, insieme all’isolamento sociale, sono fattori con cui il paziente ed i familiari devono continuamente confrontarsi. Recenti studi hanno dimostrato che con i pazienti con malattia di Parkinson la danza e il tango in particolare, produca miglioramenti sulla mobilità funzionale proprio perché richiedono una grande concentrazione sul controllo del movimento.

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