L’incontro tra un “Io terapeuta” e un “Io Paziente”

di Elena Sodano

Una demenza anestetizza una vita. Anna passava gran parte del suo tempo con la testa poggiata tra le sue mani, la schiena ricurva e un torace che, ripiegato su sé stesso, faceva quasi fatica a respirare. Anna non riusciva più a farsi capire e per questo preferiva chiudersi nel suo mutismo ostinato, non amava essere contattata, ma apprezzava la mia presenza silenziosa e discreta al suo fianco.

Un respiro in ascolto di un respiro.

Nei giorni che seguirono iniziai a sintonizzarmi con il ritmo del suo flebile fiato, dei movimenti oculari e dello spazio inamovibile intorno a lei. Seppur a tentativi ho iniziato a contattare con i polpastrelli delle mani, la sua schiena, le spalle, la testa, la faccia, il naso, quelle labbra un pò screpolate. Sentivo che quel respiro cambiava il suo ritmo e io riuscivo addirittura a sentirlo. Anna stava però ferma, accogliendo quelle carezze come un fluido rigenerante. Giorno dopo giorno la postura della donna era come se stesse in attesa di un mio contatto, il suo corpo e il suo cervello non opponevano più resistenza. Quella vicinanza iniziò a espandersi proprio come il mercurio quando si riscalda, contaminando in maniera vicendevole tutti i tessuti e gli organi corporei, visceri e cervello, fino a quando quel respiro non diventò un gesto, un sorriso, un canto, una danza che scioglieva, come neve al sole, le tensioni muscolari di un corpo che a causa della demenza si stava incapsulando e incattivendo. Anna aveva solo tanta fame di contatti affettivi e di possibilità espressive, di carezze presenti e non carezze frettolose e di plastica.

E così quando mi offriva la sua schiena, quasi come un simulacro, aspettava che il mio corpo e la mia schiena, diventasse il suo strumento di massaggio nutritivo, la sua possibilità di presenza che poteva manifestarsi senza giudizio anche grazie alla presenza contenitiva della musica. La donna aveva dato libertà al suo corpo e nonostante la demenza, aveva capito che quella carne zittita, inerme, mortificata, poteva diventare la sua espansione, la sua voce, il suo esserci nel mondo.

In questo breve racconto è sintetizzata la Terapia Espressiva Corpora Integrata, la Teci, nata ed applicata all’interno dello Spazio Al.Pa.De. Alzheimer, Parkinson e Demenze del Centro Diurno Ra.Gi. Onlus di Catanzaro che dal 2008 si prende cura di persone con malattie neurodegenerative. Per presentare la Teci, ho scelto di raccontare la storia di Anna perché in fondo la Teci è una questione di corpi e di contatti corporei, di odore, fiato, sudore, che rappresenta quasi lo sconfinamento della relazione terapeutica che avviene solitamente tra un operatore e un paziente con demenza. Come si può evincere dalla storia di Anna, la Teci rappresenta una “fusione” di corpi che diventano strumenti di riabilitazione. Se la maggior parte delle terapie riabilitative, per le persone con demenza, sono a sfondo cognitivo comportamentale che si basano sul tentativo di far riacquistare le funzioni cognitive perse e comunque rallentarne la perdita e il deterioramento, Teci ribalta completamente questo modo di prendersi cura, focalizzandosi sulle funzione emotive, espressive, esperienziali e sulle abitudini ancora custodite nel corpo dei pazienti e che, attraverso la libera espressione corporea emergono e diventano grammatiche corporali cognitive (ecco l’aspetto integrato di Teci) che devono essere comprese e decodificate per poi dare risposte operative e concrete ai pazienti.

La Teci prende in cura il Corpo nella Demenza e insieme al corpo anche quel cervello che di quel corpo fa ancora parte, anche se una colla vischiosa e maledetta di proteina Tau e di beta miloide lo trascina verso la sua completa atrofizzazione. Un corpo ancora intenzionale che, nel tempo, diventa lento, perso, vuoto, irritabile e silenzioso, un corpo che nel momento della diagnosi non viene più tenuto più in considerazione, ma che rappresenta, pur attraverso le sue “eruzioni corporee” tipiche di un disturbo del comportamento, l’espressione di un bisogno che a volte, per distrazione, stanchezza, incomprensione, non viene più capito e peggio represso. E le azioni spesso violente, i pensieri astrusi che da quei corpi prendono vita, non sono viste come schegge isolate ed impazzite ma come universi comunicativi che tocca a noi terapeuti tentare di capire, decifrare, contattare, proprio com’è successo con Anna che non è stata lasciata inerme nel suo oblio.

Secondo Teci la ricchezza di un corpo, che nell’arco della sia vita ha incamerato di tutto, emozioni, azioni, sentimenti, talenti, esperienze, apprendimenti, continua a venir fuori, nonostante la devastazione neurologica e indipendentemente dal grado di compromissione cognitiva. Come ogni metodo che si rispetti, la Teci porta con sé un corredo concettuale di tipo filosofico, psicologico, neuroscientifico, anatomo-funzionale ed espressivo, ma il suo punto fermo sono le azioni incarnate che prendono vita dalle gestualità simboliche dei pazienti, donando loro l’esperienza vissuta di riuscire a raccontarsi ancora attraverso il proprio corpo, il proprio essere e la propria coscienza. Perché la Teci si adatta al livello di deterioramento cognitivo modificando progressivamente i modi di comunicazione e reazione, lasciando spazio allo scambio emozionale che avviene nell’incontro tra un “Io paziente” e un “Io terapeuta”.

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